Todo Modo. Confronto tra romanzo di Leonardo Sciascia (1974) e film di Elio Petri (1976)
- alessandrogasparin1
- 17 mag
- Tempo di lettura: 3 min
È passato molto tempo dall’ultima volta che dopo aver letto un libro ne ho visionato subito l’adattamento cinematografico. Avvenne ai tempi dell’università, quando appena terminato “1984” (1949) di George Orwell approfittai del fatto di possedere già la VHS di “Orwell 1984”(1984), diretto da Michael Radford e interpretato da John Hurt e Richard Burton, per confrontare due diverse forme d’arte ispirate dal medesimo soggetto. Allora, per quanto il film mi avesse colpito per la grande forza dell’atmosfera malsana e claustrofobica e dalle prove attoriali, l’ago della mia bilancia andò nettamente a favore del romanzo. La motivazione fu la sensazione che il lungometraggio, tra l’altro seconda trasposizione dopo il film “Nel 2000 non sorge il sole” (1956) di Michael Anderson, avesse sintetizzato troppo sia i fatti che lo sviluppo della trama, riducendo dunque anche la portata sconvolgente del messaggio stesso dell’opera letteraria. A distanza di anni, ho pensato che sarebbe stato bello ripetere questo esercizio. Pertanto nell’arco di pochi giorni ho prima letto “Todo modo”, romanzo giallo a firma Leonardo Sciascia pubblicato nel 1974, per poi passare alla pellicola omonima del 1976 di uno registi che più apprezzo, Elio Petri.

La trama del romanzo vede protagonista un famoso, e anonimo, pittore impegnato a concedersi un periodo di solitudine e tranquillità presso un luogo indefinito in termini geografici, chiamato l'Eremo di Zafer. Giunto a destinazione, egli scopre che l'eremo è diventato nel frattempo un albergo per merito del fantomatico Don Gaetano, e che in certi periodi dell'anno ospita ritiri spirituali di persone influenti nella società italiana dell’epoca, quali ministri, politici, e direttori di banche. Proprio uno di questi incontri inizia pochi giorni dopo l’arrivo dell’artista e, che incuriosito anche grazie agli elementi emersi nel corso della conversazione con Don Gaetano decide di assistervi. La solennità del momento viene però presto squarciata dall’omicidio dell’ex-senatore Michelozzi durante una processione, che darà avvio all’aspetto whodunit e coinvolgerà tutti i presenti in una spirale di veleni e sospetti. Le indagini sul delitto verranno svolte dal procuratore Scalambri, amico di vecchia data del pittore, che scavando alla ricerca del colpevole porterà alla luce quanto di più marcio si annida nei meandri del potere.

Necessario premettere che in questo caso il film è, volutamente, fedele solo in parte al libro. Se infatti il soggetto è liberamente ispirato all’opera letteraria, la pellicola si sviluppa lungo un binario ostinatamente più tortuoso e volto al grottesco, che ne caratterizza tutta la durata fino al climax conclusivo. L’elenco delle differenze è corposo, a cominciare da una forte sensazione di angoscia solo sussurrata nei versi di Sciascia, che si palesa sin dai primi fotogrammi attraverso la messa in scena di una futuribile pandemia che sembra anticipare quella del Covid-19. L’ambientazione dell’eremo, tra opere d’arte contemporanea a tema sacro, infiniti corridoi e sotterranei con annesse catacombe, è decisamente surreale e più lugubre rispetto a quella descritta nel romanzo, che dietro la parvenza di luogo dedito all’accoglienza e al ristoro cela segreti inconfessabili. Venendo ai personaggi, la mancanza del pittore senza nome suggerisce quasi che a narrare in prima persona la vicenda questa volta sia proprio Petri attraverso la macchina da presa. La scena è dominata da due mostri sacri come Marcello Mastroianni (Don Gaetano) e Gianmaria Volontè (il Presidente innominato ma ispirato chiaramente ad Aldo Moro, allora Presidente del Consiglio), che in alcuni dialoghi si scambiano quelle che originariamente erano le battute tra Don Gaetano e il pittore. Il livello del cast rende inoltre memorabili anche le figure di secondo piano che si alternano tra invettive moraleggianti e toni farseschi. Nomi come Mariangela Melato, Ciccio Ingrassia, Franco Citti, Michel Piccoli e Renato Salvatori, volti onnipresenti nel cinema italiano del periodo, completano un meccanismo pressoché perfetto.

Eviterò di lanciarmi in un giudizio che decreti se per me è meglio il lavoro di Sciascia o quello di Petri. Si può affermare che, pur nelle differenze proprie del suo lungometraggio, il cineasta sia rimasto fedele agli intenti del soggetto letterario, pur spingendosi in un terreno solo lambito dallo scrittore. Andando alla sostanza credo sia infatti corretto affermare che Petri sia andato oltre Sciascia, conferendo alla sua creatura un impatto devastante. Se il romanzo lascia al lettore la libertà di immaginare e interpretare, attraverso indizi seminati tra le pagine come molliche di pane lungo un sentiero selvaggio, il film esplicita una denuncia cristallina ed inequivocabile della classa politica italiana di metà anni settanta. In un modo che più schietto e assertivo non si poteva (pena menzionare direttamente Aldo Moro e Giulio Andreotti, con il serio rischio di censura), Elio Petri ha messo a nudo tutti i peccati e la meschinità degli uomini che al tempo governavano il nostro paese già da trent’anni, con l’augurio che potesse infine arrivare il giorno in cui lo spettatore avrebbe fatto con loro i conti.



Commenti