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“Liquid Sky” di Slava Tsukerman (1982)

  • alessandrogasparin1
  • 15 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

Nel 2026 reperire dei titoli cinematografici “introvabili” può richiedere un piccolo sforzo, ma il risultato spesso e volentieri arriva. Che un’opera sia visibile in streaming, anche in una lingua diversa dalla propria lingua madre, o che alla fine si riesca a trovare un supporto fisico (Blu-ray, Dvd o Vhs) tramite siti di e-commerce poco mainstream, la visione prima o poi arriva. La mia passione per il cinema è iniziata e si è fortificata, anche come interesse condiviso con i miei amici storici, in un periodo ben delimitato temporalmente, ovvero tra il 2002 e il 2006. Credo di poter dire che proprio quel quadriennio sia stata la conclusione di una lunga epoca nella quale la ricerca di materiale audiovisivo poteva contare in modo marginale sulla diffusione di massa di internet. Pertanto i modi di vedere un film scomparso potevano andare dal presentarsi fisicamente a cinema (intendo in tal senso proiezioni ad hoc di titoli datati) all’adoperarsi per recuperare una videocassetta (anche pirata o da TV) o un dvd, o ancora chi ne aveva la possibilità di scartare un super8 da proiettare. Sicuramente la rete aiutava già anche se gli strumenti si limitavano ad un modem 56k, perlomeno nel reperire informazioni che altrimenti sarebbero state appannaggio esclusivo di passaparola tra appassionati visti dai più come alieni. Inoltre, aver passato l’adolescenza in una città di provincia del Sud Italia dava ben poche opportunità di scambio e conoscenza da questo punto di vista. Fatto sta che grazie a quelle pillole di traffico dati qualche piccolo tesoro riuscii ad ottenerlo già prima dell’avvento di potenti mezzi come ADSL e fibra ottica, e la conseguente condivisione capillare di nomi di film, registi e interpreti grazie a Wikipedia, You-Tube e ai social network.


Cover Dvd versione italiana Amoeba Film del 2022
Cover Dvd versione italiana Amoeba Film del 2022

Per me che nei primi anni del terzo millennio sognavo irraggiungibili mondi legati al cinema horror,  fantastico e thriller degli anni settanta e ottanta del secolo XX, provando ad afferrarli affidandomi a forum tematici, l’aver fatto miei tre film in particolare è stato a lungo motivo di grande soddisfazione. Il primo di questi è “Quattro mosche di velluto grigio” di Dario Argento (1971), poi “La casa in Hell Street” di Michael WInner (1984), e in fine quello di cui mi appresto a parlare, “Liquid Sky” di Slava Tsukerman (1982). Spesso le motivazioni per le quali un lavoro cinematografico viene dimenticato, cancellato o addirittura dannato possono essere molteplici, e può dipendere anche dal paese in cui si vive. A volte si tratta dei contenuti stessi del film come sesso, violenza o blasfemia in alcuni casi, ma la causa può essere meramente tecnica come questione di diritti nell’ambito della distribuzione in determinati stati, senza dimenticare che anche la qualità infima può essere di per sé la ragione dell’oblio di un’opera. In quest’ultima evenienza, la delusione dello spettatore è cocente e sovente accompagnata da imprecazioni, ma fortunatamente non è il caso di “Liquid Sky”.


La protagonista Anne Carlisle in una delle scene dove interpreta il doppio ruolo femminile e maschile
La protagonista Anne Carlisle in una delle scene dove interpreta il doppio ruolo femminile e maschile

Fatta questa lunga premessa che sa tanto di sezione lifestyle, il titolo in oggetto deve essere stato per parecchio tempo poco visibile perchè decisamente bizzarro, folle e anticommerciale. I titoli di testa suggeriscono sin da subito la vena artistica e sui generis che Tsukerman vuole conferire al suo lungometraggio. Parte immediatamente la colonna sonora dal sapore elettronico, farina del sacco dello stesso regista, che in diverse varianti sarà onnipresente fino al termine della pellicola. I crediti scorrono mentre si susseguono sequenze in zoom out dell’appartamento della protagonista (Anne Carlisle, che interpreta un doppio ruolo) e del panorama di New York, interrotte da scene di divertimento all’interno di un club che restituiscono l’atmosfera underground dei locali notturni anni ottanta della Grande Mela tra alcol, droghe, moda e musica New Wave. Mentre questi momenti di movida metropolitana proseguono indisturbati, un misterioso e piccolo disco volante proveniente da chissà dove si posa leggero sul tetto dell’attico già ripreso in precedenza, laddove una soggettiva termica rivela allo spettatore i peculiari processi biologici della forma di vita all’interno dell’oggetto non identificato.


Paul E. Sheppard e Anne Carlisle in una scena al night club
Paul E. Sheppard e Anne Carlisle in una scena al night club

La trama è alquanto semplice, poiché vede intrecciarsi l’elemento sci-fi con le esistenze dei personaggi, a tratti esaltanti a tratti patetiche, che si alternano in un microcosmo zeppo di dipendenze, ossessioni e morbosità. In questo contesto dove regnano incontrastati fotografi, pusher e fotomodelle, a spezzare tale monopolio ci pensa uno scienziato tedesco che raggiunge la city proprio tracciando le attività del mezzo alieno. La presenza di quest’ultimo darà paradossalmente un tocco di razionalità e umanità allo sviluppo di una storia grottesca popolata da personalità dall’ego al contempo spropositato e autodistruttivo. In definitiva, un film che probabilmente gode dell’aura di cult movie più per ragioni estetiche che di spessore, ma che ha nelle immagini il suo grande punto di forza. Chi, come il sottoscritto, ama ciò che gli anni ottanta hanno lasciato in termini visivi e sonori non potrà che apprezzare.



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